Quando si parla della professione dell’interprete, una delle immagini che viene in mente più spesso è quella di un professionista che lavora per organizzazioni prestigiose, all’interno di cabine attrezzate, traducendo in simultanea ciò che viene detto ad importanti riunioni o conferenze con partecipanti di ogni nazionalità: è esattamente questa la descrizione degli interpreti che lavorano presso il Parlamento Europeo.
Il Parlamento Europeo, infatti, è una grandissima organizzazione e alle sue riunioni partecipano parlamentari di ogni nazionalità ed ognuno di essi ha lo stesso diritto di esprimersi e di ascoltare i discorsi altrui nella propria lingua madre.
Per questo, per poter permettere ad ognuno di comprendere facilmente l’argomento di discussione, il Parlamento Europeo dispone di un complesso ed efficiente servizio di interpretariato, svolto dai migliori professionisti del settore.
Quando, intorno alla metà del secolo scorso il Belgio, la Germania, la Francia, l’Italia, il Lussemburgo e l’Olanda fondarono la Comunità Europea, al suo interno si parlavano soltanto quattro lingue.
Gradualmente, con l’ingresso di altri paesi, si sono aggiunte anche nuove lingue di comunicazione ed il numero di combinazioni possibili è cresciuto in maniera esponenziale.
Oggi, il Parlamento Europeo lavora in 20 lingue diverse, per un totale di 380 combinazioni possibili. La mole di lavoro da affrontare, quindi, è davvero enorme e le competenze linguistiche necessarie sono infinite.
Tutti gli interpreti che lavorano presso il Parlamento Europeo devono possedere dei requisiti fondamentali:
• Avere un’ottima conoscenza della propria lingua madre, perché quasi sempre un interprete lavora traducendo da una lingua straniera verso la propria madrelingua – sono rari i casi in cui l’interprete conosce talmente bene la lingua straniera da riuscire a tradurre anche verso di questa;
• Conoscere almeno altre due lingue straniere (di cui una deve essere obbligatoriamente l’inglese, il francese o il tedesco), anche se molti interpreti conoscono in genere 4 o 5 lingue, fino ad arrivare addirittura a 7 o 8.
• Possedere una laurea e almeno un anno di esperienza come interprete di conferenza, perché è necessario saper padroneggiare le tecniche di interpretariato alla perfezione per poter fornire ai parlamentari un servizio eccellente.
Il lavoro dell’interprete, infatti, è molto complesso e delicato: deve capire alla perfezione ciò che viene detto dal relatore di turno e allo stesso tempo deve essere in grado di riferirlo immediatamente in una lingua diversa.
La comprensione del messaggio originale presuppone, ovviamente, un’ottima conoscenza della lingua di lavoro, alla quale si aggiunge una buona cultura di base: gli argomenti che vengono trattati durante le sedute parlamentari, infatti, possono esser i più vari e l’interprete deve essere in grado di affrontarli tutti con la stessa competenza.
Per questo deve mantenersi costantemente aggiornato, consultando quotidianamente la stampa di varie nazionalità e informandosi tempestivamente su tutte le novità in campo economico, politico ed amministrativo.
Una volta compreso il messaggio iniziale, l’interprete deve essere in grado di tradurlo immediatamente verso la propria lingua madre: non c’è tempo, infatti per consultare dizionari o per chiedere il parere dei colleghi, ma si può contare soltanto sulle proprie conoscenze e competenze che, proprio per questo, devono essere quanto più solide possibile.
La traduzione, però, non deve essere assolutamente letterale né deve riportare esattamente parola per parola ciò che ha detto il relatore: dal momento che l’interprete deve ascoltare e tradurre allo stesso tempo, infatti, deve concentrarsi sulla trasmissione del messaggio e trasferire correttamente il senso di questo, piuttosto che ogni singola parola utilizzata.
Proprio perché un interprete deve ascoltare e parlare allo stesso tempo, infatti, il suo ascolto deve essere “selettivo”, cioè concentrarsi soltanto sui passaggi essenziali che riporterà poi nella sua lingua madre. Il tutto, ovviamente, cercando di evitare qualsiasi commento o opinione personale: l’interprete deve essere soltanto il tramite del messaggio e non deve fare da filtro, anche se il relatore dovesse affermare cose errate o contrarie alle opinioni dell’interprete.
Fisicamente, gli interpreti del Parlamento Europeo, così come del resto tutti gli interpreti in simultanea, lavorano in una cabina insonorizzata insieme ad altri colleghi con i quali si alternano nel lavoro. Possiedono delle cuffie, nelle quali ascoltano l’intervento dell’oratore, e un microfono con il quale mandano la propria traduzione nelle cuffie di tutti gli altri parlamentari che si sono sintonizzati in quella lingua di destinazione.
La procedura di selezione degli interpreti per il Parlamento Europeo, infine, avviene tramite dei concorsi le cui prove sono articolate su vari livelli. La prima fase è quella di ammissione, una fase iniziale in cui vengono selezionati soltanto i candidati idonei a partecipare al processo di selezione vero e proprio, scelti in base ad un test al computer o semplicemente in base all’esame del Curriculum dei candidati.
Chi supera questa prima fase viene ammesso alla fase di valutazione vera e propria, in cui ogni candidato viene valutato da vari esaminatori, sulla base degli stessi esercizi e alla ricerca di competenze ben precise.
Le prove vengono svolte in parte nella lingua madre del candidato ed in parte nella sua seconda lingua. I candidati che ottengono i punteggi migliori nella fase di valutazione vengono inseriti nella banca dati in base alla quale le istituzioni contattano gli interpreti.
L’inserimento in questa lista, chiamata lista di riserva, è quindi la base da cui partire per poter entrare a lavorare come interprete presso il Parlamento Europeo.
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